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Scienza e coscienza

Il frequente richiamo all’intima connessione tra “scienza” e “coscienza”, che viene considerato come elemento base del ragionamento corretto sulle “cose” della natura (compreso l’uomo) e della “cultura” (dimensione extragenetica, artificiale della condizione umana), non è una “formula magica” astratta, bensì un orientamento che indica come l’obiettivo della “conoscenza” sia quello di indirizzare le ricerche (di “verità” oggettive) verso un’alta responsabilità (condivisa e condivisibile con altri) che tenga conto, consustanzialmente, sia dell’accertamento scientifico di ogni fenomeno di interesse che della consapevolezza dell’agire che il soggetto impegnato nelle indagini ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori e sociali.

Più che alla “scienza”, di cui abbiamo nozioni approfondite, è opportuno fare un cenno semantico alla “coscienza” e cioè chiederci cosa significhi. La parola coscienza ha una lunga storia. Nella lingua latina, il termine “conscientia” significa testimonianza e, secondo Cicerone (De Officiis), la coscienza è quanto di divino è stato concesso all’uomo. La coscienza più modernamente può essere quindi intesa in modo variegato come:
1. attestazione della mia esistenza
2. facoltà di giudizio, ossia la capacità di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ ingiusto, il vero dal falso;
3. ciò che all’interno della mia psiche mi giudica;
4. una voce che è in me, ma che proviene dall’esterno.
Riferirsi al rapporto tra scienza e coscienza non è quindi un modo di dire, ma sottintende la credibilità di ciò che affermiamo, conseguentemente all’accertamento di verità effettuato; è un binomio che esorta tutti alla necessità di attenersi all’etica della responsabilità. Responsabilità che, ben oltre i luoghi comuni, gli stereotipi ed i paradigmi formativi, è una sola: quella dell’impegno individuale e della solidarietà interumana (nel senso dell’esercizio de’ diritti e de’ doveri interumani, secondo la locuzione di C. Cattaneo), delle scelte adeguate e dell’operare nel solo interesse delle persone, senza ricorrere alla retorica della ipocrisia, a formalismi, ad opportunismi. Si tratta quindi di una responsabilità ampia e impegnativa che vede il “ricercatore” sempre più attento a quella realtà in continua evoluzione rappresentata dalla persona nella sua interezza, del suo habitat, le cui esplorazioni devono essere costanti, appassionate e consapevoli di come la condizione umana sia costituita dalla biologia e fisiologia e - allo stesso tempo - dalla struttura psico-sociale (culturale) di ogni essere umano e, di questa ibridazione ab origine se ne debba tenerne costantemente conto.
L’attuale situazione di sconvolgimento delle forme di vita rappresenta una straordinaria opportunità, perché indica la strada che deve essere percorsa per evitare che il sistema di valori che anima l’organizzazione sociale sia una sterile enunciazione di principi che non trovano riscontro nelle sovrastrutture politico-istituzionali della vita associata. Al contrario, occorre promuovere una riforma globale, radicale e irreversibile dei modi in cui opera il sistema di produzione e riproduzione della vita con l’adozione di modelli di comportamento sociale che si richiamino alla responsabilità di tutti i soggetti coinvolti nell’esercizio di diritti e nel pari esercizio di doveri. Il terreno della giustizia sociale (sostanziale) è quello della verifica di una corretta relazione instaurabile tra la “scienza” e la “coscienza”.

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